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I rifiuti e la società:Uno sguardo al passato

Dalle prime città medievali alle metropoli della Rivoluzione Industriale, fino al consumismo degli ultimi decenni: ecco come l'uomo ha affrontato il problema della spazzatura nel corso dei secoli.

L’uomo e i rifiuti: una storia che parte da lontano

All’inizio della sua vita sulla Terra, l’uomo non aveva problemi con i rifiuti: essenzialmente cacciatore, si cibava di animali senza produrre nulla ed era nomade. Una volta divenuto sedentario e agricoltore, però, il problema cominciò a porsi: l’attività di coltivare i campi, cominciata nel Neolitico, prevedeva una presenza fissa in un luogo. Inevitabile, dunque, l’accumulo di rifiuti e scarti, che nel corso dei secoli ha portato alla cosiddetta “città pestilenziale”, come argomenta Lorenzo Pinna, giornalista e divulgatore scientifico, nel suo libro “Autoritratto dell’immondizia” (2011, Bollati Boringhieri): un centro urbano senza alcun accorgimento contro cattivi odori, resti di animali e scarti di produzioni artigianali con materiali di ogni tipo.

 

Le prime ordinanze comunali: le battaglie contro le città pestilenziali

E’ attorno all’anno 1000, dopo le crisi e gli spopolamenti seguiti alla caduta dell’Impero Romano, che nell’Italia settentrionale e in Europa cominciarono ad arrivare i primi provvedimenti cittadini volti a migliorare le condizioni igieniche nelle città. Ordinanze curiose, come quella che autorizzava il lancio di orinali, preannunciato da grida, a determinate ore della notte o che obbligavano a tenere puliti luoghi cruciali, come mercati, chiese, canali e pozzi. E’ anche in questo periodo, l’inizio del Medioevo e delle corporazioni lavorative, che cominciarono a crearsi nelle città zone dedicate alle diverse attività: il rione dei macellai, delle concerie o dei falegnami, proprio come si può osservare ancora oggi, in vecchi centri storici, leggendo i nomi antichi delle strade. Un’organizzazione urbanistica basata anche sulla produzione di rifiuti, che serviva a evitare lo svolgimento di determinate operazioni in zone vicine alle abitazioni o a strade importanti della città.

 

Come cambiano le città industriali

La Rivoluzione Industriale del XIX secolo portò profondi cambiamenti nell’organizzazione delle città europee. Londra, per esempio, divenne in poco tempo una metropoli e se fino ai primi anni del 1800 la situazione igienico-sanitaria delle acque del Tamigi e dei pozzi urbani era ancora accettabile, dopo l’esplosione legata alla nascita delle fabbriche le cose peggiorarono. Da un lato, con alcune invenzioni come il water e i tubi di ghisa, l’igiene personale migliorò. Senza un moderno sistema di fogne, però, la sanità pubblica fu messa a dura prova, con frequenti epidemie di malattie contagiose come il colera. Dopo il 1850, grazie ai progressi dell’ingegneria, finalmente la città cominciò a dotarsi di fognature e le emergenze rientrarono. Nei decenni a seguire, le società urbane cambiarono volto e nelle città iniziarono a spuntare i primi cassonetti per raccogliere i rifiuti. Nonostante la cultura pre-industriale imponesse alle persone di riciclare il più possibile i materiali e gli oggetti, considerate anche le ampie sacche di povertà, con l’avvento del primo consumismo questa abitudine scomparve.

 

I rifiuti urbani e il consumismo

Col passare degli anni, i rifiuti divennero qualcosa da allontanare dalle città, scaricandoli (e dimenticandoli) il più lontano possibile. Un comportamento che presuppone un ambiente naturale che funzioni come una pattumiera dalla capacità infinita. Ciò ovviamente non è possibile e presto ci si accorse dei gravissimi limiti di questa strategia, anche perché comparvero nuovi materiali e oggetti ingombranti: le plastiche, gli antenati del packaging, le auto, i primi apparecchi elettrici. Il boom economico dello scorso secolo ha accentuato questo percorso: nella società in cui l’imperativo è comprare e consumare non c’è posto per pensare a cosa fare di ciò che si butta via. E la produzione di rifiuti giunse alle stelle, concentrandosi nelle città e aumentando al ritmo della crescita economica.

 

Un problema che diventa risorsa

 

E’ solo negli ultimi anni che in tutto il mondo si è diffusa una coscienza “ecologista”, che ha iniziato a occuparsi della difesa dell’ambiente. Le filiere produttive sono cambiate e il tema dello smaltimento dei rifiuti è ora sotto gli occhi di tutti. Si comincia a pensare a come dare loro una nuova vita, a come reinserirli nel ciclo produttivo. Un’intuizione che in Italia ha avuto un importante pioniere: l’Emilia Romagna. Qui, già dagli anni ’70, le allora aziende municipalizzate hanno cominciato a raccogliere in modo differenziato i rifiuti, anticipando le norme della Comunità Europea. Ad esempio, Amiu Modena (confluita poi in Meta e quindi in Hera), e Amiu Bologna (diventata SEABO e poi Hera) avviarono la raccolta differenziata della frazione secca dei rifiuti solidi urbani. Alla fine degli anni ‘70, cominciarono a organizzare le raccolte di carta, farmaci, lattine e pile e, in seguito, si iniziarono a costruire gli impianti. Oggi, grazie ai termovalorizzatori e a innovazioni tecnologiche come biodigestori e impianti di compostaggio, si è ormai imposto il concetto di rifiuto come risorsa, nonostante le notevoli differenze regionali che esistono ancora nel nostro Paese. Lo smaltimento in discarica, scelta quasi unica e comunque principale 40 anni fa, è divenuto oggi l’ultimo sistema, come chiaramente definito nelle direttive Ue. Le prossime sfide per il futuro vanno verso una riduzione della produzione dei rifiuti, possibile anche grazie a precisi accordi con i produttori, in una rete di responsabilità condivise e di efficienza.

Una strada di Napoli

Alla fine del 1800, all’inizio dell’ industrializzazione la società era assolutamente parca, almeno agli occhi di un consumatore contemporaneo.

Gran parte dei rifiuti che una famiglia produceva era per lo più costituita da ceneri.

Il riscaldamento domestico infatti era a legna o a carbone, con la differenza che la cenere di legna, ricca in soda, veniva utilizzata per lavare i panni, mentre la cenere di carbone, non essendo idonea allo scopo, doveva essere gettata.

Gli avanzi di cibo erano molto pochi e quei pochi venivano raccolti per essere riutilizzati come alimento per i maiali. I metalli erano pressoché inesistenti nei rifiuti: non c'erano ancora le lattine per le bibite, mentre le pentole rotte o gli altri oggetti domestici in metallo venivano vendute al "rottamaio", curiosa figura di recuperatore di metalli ante litteram, ancor oggi non del tutto scomparsa, che faceva la propria ed altrui fortuna appunto comperando a peso i rottami metallici.

Il vetro era pressoché assente e così pure i tessuti, che venivano riutilizzati direttamente in vari modi, non ultimo facendone dei pannolini per bambini o delle fasce per calzari.

I tessuti, fino ad almeno la seconda rivoluzione industriale, erano un bene prezioso: una famiglia prima di affrontare la spesa di un nuovo vestito ci pensava su parecchie volte e se lo faceva, vi erano comunque infinite resistenze ed attenzioni. La poca carta o il legno venivano bruciati e ovviamente non esisteva la plastica.

Oggi la situazione è del tutto cambiata: siamo passati da una società frugale, semiagricola ad una post-industriale e consumista, che fa “dell'usa e getta” il proprio modello.

Nessuno pensa a riparare le cose, che del resto sono fatte per durare poco ed essere rimpiazzate da altri modelli e questo in tutti i settori. Il risultato è stata una crescita smodata dei rifiuti, che sono diventati quasi il simbolo in negativo della ricchezza e del benessere.

Sono cambiate anche le tipologie dei rifiuti: scomparsa quasi del tutto la cenere, sono comparsi massicciamente la plastica, la carta, il vetro e gli avanzi di cibo.

 

Durante la crescita si è perso per strada il gusto dei riciclaggio, del recupero, del riutilizzo, anche se in varie città europee si cominciano a vedere vere e proprie opere d'arte realizzate con materiali riciclati e sono sempre di più gli artigiani che propongono oggetti,bigiotteria e articoli per la casa realizzati con oggetti riciclati.

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