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Fitoalimurgia: raccogliere e gustare il benessere

di Franco Petti

La cucina con i fiori

Fitoalimurgia

Si definisce Fitoalimurgia la conoscenza e la raccolta delle erbe spontanee per la cucina e il benessere; è un’esperienza che tutti possono fare: basta un po’ di preparazione e abilità per ottenere ottimi risultati in termini di gusto e salute.

 

Andare per erbe spontanee è una piacevole attività che può dare molte soddisfazioni. Lo facevano già i nostri nonni, e ancora prima civiltà più antiche. Noi, uomini moderni, invece, siamo troppo presi dalla vita frenetica e dalla tecnologia per trovare il tempo di andare a raccogliere erbe spontanee.

 

Eppure sarebbe tempo speso bene, visto e considerato che il cibo che siamo soliti mangiare in questi ultimi anni è tutt’altro che sano. A parte gli alimenti da agricoltura e allevamenti intensivi, sappiamo infatti bene come anche ciò che viene venduto come “Bio”, spesso del tutto incontaminato non lo è – in particolare se, nelle vicinanze delle coltivazioni bio, ci sono altri campi coltivati con il metodo tradizionale.

 

Così come sappiamo che frutta e verdura nel momento in cui arrivano nelle nostre tavole non sono maturate o cresciute pienamente sulla pianta o sotto i raggi del Sole.

Tutti problemi che si possono facilmente risolvere grazie alla “fitoalimurgia”, ovvero l’alimentazione per mezzo di erbe o altri cibi cresciuti spontaneamente.

 

Se la domenica mattina non si hanno impegni particolari, non c’è niente di meglio di una bella gita in campagna andando a raccogliere, nei campi incolti, quanto di più buono offre la Natura del momento. Non solo i cibi saranno naturali e appena colti, ma si avrà la certezza di avere sempre a portata di mano alimenti di stagione che sono cresciuti grazie al Sole. Quest’ultimo, infatti, è fondamentale per la sintesi di molte sostanze, tra cui anche le vitamine.

 

A trattare questo interessante argomento sono, per esempio, Riccardo Luciano, Carlo Gatti e Renzo Salvo nei loro libri “Erbe spontanee commestibili” e “Liquori, grappe, gelatine e marmellate con erbe e fiori spontanei”. Entrambi i volumi sono editi da Araba Fenice.

In questi troviamo la stragrande maggioranza di erbe commestibili di facile reperibilità che andrebbero raccolte, possibilmente e per ovvi motivi, lontano da strade trafficate.

 

Sapevate, per esempio, che un tempo al posto dei classici spinaci venivano raccolte molte erbe simili a questi come il Buon Enrico – detto anche Spinacio di Montagna – o il lamio, altrimenti chiamato finta ortica per la sua somiglianza con questa diffusa piantina? Il Buon Enrico è una pianta ricchissima di ferro, facilmente riconoscibile, secondo gli autori del libro, grazie al “tocco” della pagina inferiore delle foglie: se somiglia a della fine sabbiolina significa che siamo davanti alla pianta giusta.

 

Che dire, invece, del classico trifoglio pratense che tutti ben conosciamo? Quello con i fiorellini viola a forma di pon-pon. Sono proprio le sommità fiorite che possono essere adoperate per insaporire e decorare ottime insalate estive. Gli autori del libro le consigliano anche insieme a saporitissime minestre.

Vi ricordate, invece, della Veronica Beccabunga? Quella che fa dei bellissimi fiorellini azzurri che la gente chiama Occhi della Madonna? (anche se erroneamente, perché gli occhi della Madonna si riferiscono a un altro tipo, più piccolo, di Veronica). Si può tranquillamente usare cruda in insalata perché, si legge nei libro “Erbe spontanee commestibili”, il suo sapore ricorda quello della valerianella, anche se è un po’ più piccante.

 

Bisogna invece porre attenzione ad alcune piante che, seppur sono imparentate o hanno delle semplici somiglianze estetiche con le nostre cugine selvatiche, presentano anche parti molto velenose. Tra queste ricordiamo la zucca selvatica (Bryonia) e l’asparago selvatico (Tamus).

Per tale motivo è comunque necessaria, prima della raccolta, un’ottima conoscenza delle piante selvatiche – con la regola di non cogliere mai quelle di cui non si ha la massima certezza.

 

Con quelle che invece conosciamo molto bene, come l’Acacia – anzi, la finta Acacia – possiamo preparare ottimi liquori o confetture, come descritto nel libro di Riccardo Luciano e Renzo Salvo. La confettura, per esempio, si prepara con mezzo chilo di mele tagliate a pezzettini e poi cotta con un po’ di acqua e limone fino a ridurla in purea. Si aggiungono così 200 grammi di zucchero che si farà sciogliere accuratamente sul fuoco e, infine, tre etti di petali di fiori di acacia (Robinia). Si frulla il tutto e si cuoce ancora un pochino fino a consistenza desiderata.

 

Ecco così un’eccellente e salutare marmellata che non ci è costata (quasi) niente.

Se invece amate di più liquori e grappe, potete prepararne uno con i conetti di luppolo, anch’essi molto diffusi su tutta la Penisola. Il procedimento è più facile di quanto si pensi: si pone un etto di conetti  in 1 litro di grappa e si mette il tutto al Sole, in una bottiglia ben chiusa. Dopo una quindicina di giorni si filtra e si aggiungono due cucchiai di zucchero. Ne deriva una grappa rossastra ottima da usare come digestivo.

 

Vi sono anche altri metodi per preparare liquori e simili: per esempio, si può preparare l’essenza alcolica per la quale, nel libro, viene descritto il metodo per immersione, dove sia frutti che erbe vengono letteralmente annegati nell’alcol e lasciati macerare una o due settimane. In seguito alla filtrazione l’essenza aromatica viene adoperata per la produzione del liquore.

Un altro metodo indicato soprattutto quando ci sono composti lievemente tossici (ad alte dosi) nella pianta, come nel caso dei terpeni, è il metodo per sospensione. Si mettono frutti o erbe all’interno di una garza e la si lascia per circa tre mesi. In questa maniera l’alcol si carica delle sostanze più preziose ottenendo così un prodotto ottimo ma più leggero.

Saper fare. Un tempo era necessità, ma anche piacere, ambizione; una sfida alle ristrettezze che alimentava un patrimonio di conoscenze e quindi un patrimonio tout-court. Le madri di famiglia sapevano cucinare, cucire, far la maglia e quant’altro occorreva alla buona gestione della casa. Le ragazze da marito, che un giorno avrebbero assunto lo stesso ruolo, si preoccupavano di imparare quell’economia domestica che prima di essere una materia scolastica era filosofia di vita, cultura di sopravvivenza che, con l’aggiunta di pochi accorgimenti, diventava viatico per il buon vivere e magari, se vogliamo dirla in modo ridondante, grimaldello per forzare le “malchiuse porte” del regno di bengodi. Tutto è cambiato nel giro di due generazioni. È cambiato il ruolo delle donne nella famiglia e nella società mentre i ritmi della vita si son fatti frenetici. E allora? Semplicissimo! Non occorre più saper fare, basta saper comprare belle e fatte le cose che servono. L’industria fornisce golosi prodotti e l’organizzazione commerciale ne garantisce la capillare e puntuale distribuzione.

Si sente, tuttavia, la necessità di “sapori” antichi, di un ritorno agli alimenti e “rimedi della nonna”. Ecco perché libri come questo ci offrono una speranza di una vita più semplice, fatta di cibi più naturali e gustosi.

 

Le pagine sono ricche di foto a colori per il riconoscimento della piante e nonché piene di informazioni utili a tutti i neofiti che vogliono cominciare a ri-scoprire una vita più naturale, essenziale e genuina.

Il libro citato nell’articolo

“Liquori, grappe, gelatine e marmellate con erbe e frutti spontanei”.

 

Di Riccardo Luciano, Renzo Salvo – Araba Fenice – 22 Euro.

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